Il caso di madre e figlia avvelenate con la ricina: le parole del fratello di Antonella Di Ielsi tra desiderio di verità e retroscena.
Sono passati oltre nove mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, ovvero madre e figlia avvelenate fatalmente dalla ricina tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno. Una vicenda ancora avvolta nel mistero. Nel frattempo, la famiglia ha cercato di andare avanti. Gianni Di Vita ha cambiato casa e fa la spola tra Pietracatella e Campobasso, dove lavora come commercialista, mentre l’altra figlia, Alice, si è trasferita al Nord per frequentare l’università. Oltre agli ultimi risvolti legati appunto a Gianni, a chiedere che venga fatta piena luce sulla morte di Antonella e Sara è soprattutto Luigi Di Ielsi, fratello della donna e titolare di un locale panificio.

Madre e figlia avvelenate con la ricina: parla il fratello
Intervistato da Repubblica, Luigi ha raccontato il dolore per la perdita e l’attesa di una risposta: “Nove mesi dopo, noi siamo qui ad aspettare la verità”. Lui e la moglie Giovanna sono diventati recentemente genitori e hanno scelto per il figlio il nome Antonello Aras: “Antonello come mia sorella e Aras, il nome maschile anagramma di Sara”. Poi ha aggiunto: “Con loro ho perso un pezzo della mia famiglia”.
Luigi esclude l’ipotesi di un semplice incidente: “È difficile pensare a un incidente, non credo che oggi qualcuno continui a pensarlo veramente. Nel loro sangue c’era tanto veleno”. Il fratello di Antonella ha ribadito però la fiducia negli investigatori: “Ho piena fiducia che gli inquirenti scoprano la verità, aspettiamo con fiducia quel momento”.
I dettagli sull’ultimo incontro
Luigi è stato ascoltato già tre volte dagli investigatori della Mobile di Campobasso, insieme al padre. L’ultima volta che aveva visto Antonella e Sara era stata alla vigilia di Natale, tre giorni prima della tragedia. Le ricorda “tranquille, normali”, con Sara “vivace come sempre”. E sulle eventuali tensioni familiari di cui Antonella avrebbe potuto parlargli prima di morire, la risposta è netta: “No, mai”.